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Il contesto economico energetico nel 2016

Andamento economico

Il 2016 è stato caratterizzato da un contesto internazionale quanto mai disomogeneo e volatile nelle principali aree finanziarie del globo con comportamenti divergenti delle banche centrali che hanno in alcuni casi ridotto gli stimoli monetari ai sistemi finanziari, come la Fed negli Stati Uniti, mentre in Europa il prolungamento delle politiche monetarie espansive ha caratterizzato l’operato della Banca Centrale Europea (BCE). In molti Paesi emergenti si è assistito a una difesa delle pressioni inflazionistiche attraverso rialzi dei tassi finanziari e svalutazioni monetarie.

Per quanto riguarda l’area europea il clima di fiducia stenta a tornare ai livelli pre-crisi (con ripresa debole di investimenti sia pubblici sia privati), mentre l’inflazione rimane ancorata su un sentiero negativo con il livello “Core” in calo e sotto il punto percentuale a causa del basso prezzo delle commodity e dei consumi ridotti, sebbene lievi segnali di ripresa nell’ultimo trimestre rinnovino un lieve clima di fiducia. In questo contesto la BCE ha potenziato la propria politica monetaria espansiva attraverso una serie di iniziative: 1) riduzione del tasso di interesse sui depositi dello 0,40%; 2) tasso di rifinanziamento allo 0% e sulla “marginal lending facility” allo 0,25%; 3) espansione dell’acquisto di titoli a 80 miliardi di euro al mese fino a marzo 2017, esteso non solo al settore pubblico ma anche a quello privato non finanziario, con riduzione a 60 miliardi fino a fine anno, allo scopo di garantire maggiore liquidità al sistema. La BCE quindi conferma una politica espansiva evidenziando come queste misure siano ancora necessarie per rendere la ripresa dell’inflazione un fenomeno stabile e duraturo. In questo contesto permangono le tensioni sul settore bancario, date sia dalla debolezza patrimoniale sia dai margini di intermediazione ridotti dai bassi tassi di interesse, con il comparto italiano tra i più colpiti.

La bassa profittabilità del sistema (a causa di un regime di tassi di interesse a zero) e la ridotta efficienza nella gestione dei costi (cost/income ratio ancora elevati) esasperano la situazione già delicata in termini patrimoniali.

In Italia, il ratio dei NPL/CET1 – ovvero dei crediti in sofferenza sul patrimonio di base (puro equity) – è in media del 150%, il più alto in Europa e non sostenibile nel lungo periodo. Questo è intrinseco alla tipologia di business prettamente domestico del settore bancario, esacerbato da un’economia stagnante. A livello di stabilità patrimoniale le banche però risultano ben capitalizzate, con un valore medio del CET1 al 12,3% (sopra i requisiti di Basilea III).

Il primo semestre dell’anno si è concluso con un avvenimento molto importante, le cui conseguenze economiche e politiche a livello globale sono ancora difficilmente misurabili.

Il 24 giugno scorso la Gran Bretagna ha sancito infatti, attraverso il referendum, l’uscita dall’Unione Europea, con i maggiori indicatori economici che rimangono positivi ma volatili (IP, occupazione e indice PMI in aumento), con lo shift temporale degli investimenti che non si è ancora materializzato. Fin quando non verrà esercitato l’articolo 50 (e definiti quindi gli accordi commerciali con l’Europa) sarà difficile quantificare gli impatti in termini di slittamento su investimenti e contrazione dei consumi. La Banca Centrale Inglese ha tagliato recentemente il tasso di interesse di 25 bps, espandendo il programma di immissione della liquidità in risposta all’incertezza circa la situazione macroeconomica.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, i dati della crescita e le risposte del mercato del lavoro hanno confermato un trend positivo negli ultimi mesi, con l’inflazione che si mantiene vicina al livello target del 2%. Le elezioni dell’8 novembre hanno rappresentato un elemento di discontinuità politica, in quanto l’agenda di Trump probabilmente avrà un indirizzo differente da quello della precedente amministrazione circa le strategie industriali interne, la politica energetica e gli accordi commerciali con l’estero. I timori di un hard-lending cinese caratterizzanti soprattutto i primi mesi dell’anno, assieme alle basse quotazioni delle commodity con gli annessi importanti riflessi sui Paesi emergenti e l’andamento altalenante dell’economia reale, hanno determinato un ritardo nel rialzo dei tassi americani e un continuo rafforzamento della valuta statunitense. A dicembre, in controtendenza rispetto alle politiche monetarie europee, la Fed ha effettuato il primo rialzo dei tassi (25 bps); gli elementi emersi suggeriscono ulteriori rialzi nel corso del 2017, ma con grande attenzione ai dati macroeconomici che guideranno l’entità e la tempistica delle azioni di politica monetaria.

Tale contesto macroeconomico ha creato forti tensioni sui mercati finanziari nel 2016, caratterizzati dall’andamento negativo dei principali indici azionari (in particolare in Europa e in Giappone che invece ha guadagnato nell’ultimo trimestre), sulla base di aspettative di revisione al ribasso degli utili per azione dei principali comparti, e un aumento dell’avversione al rischio degli investitori, con gli acquisti che si sono concentrati su beni rifugio quali lo yen, il franco svizzero, l’oro e i titoli governativi tedeschi e giapponesi (questi ultimi con scadenze brevi arrivati a offrire rendimenti negativi).

Lo scorso febbraio la Bank of Japan ha deciso di introdurre tassi di interesse negativi sui depositi nel tentativo di stimolare maggiormente i prestiti al settore privato e di conseguenza gli investimenti, sostenendo la crescita, ma soprattutto l’inflazione ancora in territorio negativo.

Diversa la situazione in America Latina, che sul finire del 2015, con un’economia già in difficoltà, ha dovuto affrontare l’effetto di “El Niño”, che ha causato inondazioni in Argentina e Cile, mentre ha causato fenomeni di siccità e alte temperature in Brasile. Nel 2016 le economie del Latam sono alle prese con elevate pressioni inflazionistiche e tassi di crescita deboli e in contrazione rispetto agli ultimi anni. In Argentina la crescita dell’inflazione si è attestata su livelli superiori alle attese nel terzo trimestre raggiungendo il 42%, per poi attenuarsi nuovamente nell’ultimo trimestre.

Il Governo sta lavorando per limitare la crescita mese su mese e riportarla ai livelli target, che saranno implementati a partire dal 2017 (12-17% per il 2017; 8-12% per il 2018). La rimozione delle restrizioni sulle valute estere ha determinato una svalutazione del peso, normalizzando il mercato dei cambi con la finalità di fornire nuovo carburante ai motori della crescita con un focus sulle esportazioni e sugli investimenti.

Le misure intraprese dal Governo Macri per stabilizzare l’economia al momento non hanno ancora espresso un impatto reale sull’inflazione, inoltre il Paese sta sperimentando una recessione che persiste da oltre 15 mesi. In Brasile si è registrata un’inflazione dell’8,7% su base annua, a causa del rialzo dei prezzi dei beni agricoli e degli alimenti non processati, ma con trend in lieve contrazione. Restano temi importanti la disoccupazione, che si mantiene su livelli prossimi al 12%, e la crescita, che resta su livelli negativi, sebbene a ritmi inferiori a quelli del 2015.

Il Cile sta attraversando un periodo controverso: l’incremento inatteso dei prezzi nella prima parte dell’anno (per effetto dei beni alimentari e costi di trasporto) riflette un’inflazione che fatica a convergere verso il livello target del 3%, che ha registrato un miglioramento a fine anno chiudendo il 2016 sul 4,8% dall’inizio dell’anno. Il Monetary Policy Commitee (MPC) continua a mantenere invece una politica monetaria neutrale nel corso dell’anno, ma sottolinea la crescente necessità di stimoli a fronte di un quadro generale in peggioramento.

L’attività industriale ha registrato una lieve ripresa negli ultimi mesi, ma segna un calo sull’anno del 2,8% rispetto al 2015; anche il mercato del lavoro si conferma debole, con la disoccupazione che segna un trend in peggioramento a fine anno. La strategia monetaria in Perù è simile a quella cilena, con i tassi inalterati al 4,25% da marzo, ma in un contesto macroeconomico diverso, particolarmente positivo nel 2016. Gli indicatori dell’attività economica (PIL +3,9% su base annua) confermano una crescita solida. L’inflazione, in lieve rialzo nel quarto trimestre, si è mantenuta stabile, nell’intorno del 3,6%, in calo rispetto al 4,6% di gennaio scorso. Differente il quadro macroeconomico colombiano, dove la crescita economica ha segnato un continuo rallentamento durante l’anno. L’inflazione è cresciuta fuori controllo fino a luglio (il valore più alto negli ultimi 16 anni, +8,6% e 8% su base annua) per poi invertire il trend specialmente nel quarto trimestre, registrando un aumento su base annua del 7,5%, lontano dal livello target (+3%). Quest’anno è stata varata una riforma fiscale che include l’incremento della VAT di 3 p.p. ai fini di aumentare le entrate e ridurre il rischio di downgrade del debito. Gli effetti del rallentamento economico si sono trasferiti in parte in un calo nei livelli di inflazione a fine anno e a fronte di questo quadro macroeconomico il Monetary Policy Committee ha deciso di mantenere un approccio restrittivo, conservando invariato il livello dei tassi dopo il ciclo di incremento nel terzo trimestre.

In Russia, l’inflazione conferma nel corso del 2016 il trend in contrazione ed è attesa su base annua al 7,1%, scendendo sotto la soglia del 7% nel quarto trimestre, per via del limitato incremento dei prezzi dei servizi. Tuttavia, sono da monitorare l’andamento dei prezzi dei beni alimentari (che mostra persistente crescita) e l’effetto del potenziale indebolimento del rublo sul dollaro. A livello economico i dati preliminari segnano una contrazione del PIL attesa nel quarto trimestre del 2016 dello 0,2% e dello 0,6% su base annua, su cui impattano ancora i consumi deboli e il calo degli investimenti, oltre alle esportazioni deboli, attese a +0,5% su base annua.

Nella seguente tabella sono evidenziati i tassi di crescita del PIL nei principali Paesi in cui opera Enel.

Incremento annuo del PIL in termini reali

%
20152015
Italia0,90,6
Spagna3,23,2
Portogallo1,21,6
Grecia0,3-0,3
Francia1,21,2
Romania4,53,8
Russia-0,6-3,7
Brasile-3,6-3,8
Cile1,52,3
Colombia2,13,1
Messico2,12,6
Perù3,93,3
Canada1,30,9
USA1,62,6

Fonte: Istituti Nazionali di Statistica ed elaborazioni Enel su dati ISTAT, INE, EUROSTAT, IMF, OECD, Global Insight.

Le quotazioni internazionali delle commodity

Nel corso del 2016 i prezzi del petrolio sono stati caratterizzati da forte volatilità, passando dai minimi di inizio anno in area 30 $/bbl, ai massimi oltre i 50 $/bbl.

Diverse sono state le cause che hanno provocato forti oscillazioni prima al ribasso e poi al rialzo: 1) un calo delle previsioni di crescita di Cina e Stati Uniti nei primi mesi dell’anno; 2) un forte incremento delle posizioni nette speculative; 3) diverse interruzioni inattese (disruptions) delle produzioni, e 4) l’accordo raggiunto nella riunione dell’OPEC di novembre nel quale i Paesi membri si sono impegnati con un’azione coordinata a tagliare la produzione mondiale di greggio.

Inizialmente il prezzo è stato guidato prevalentemente dal “sentiment” degli operatori di mercato, e poi dalla riduzione dell’attività di perforazione non convenzionale negli Stati Uniti.

Da giugno i prezzi si sono attestati nel range 40-50 $/bbl, influenzati dal recupero delle perforazioni di shale oil e dalle seguenti voci su un possibile accordo OPEC nel meeting di settembre.

La volatilità è quindi aumentata in prossimità del meeting di Vienna dello scorso 30 novembre quando i principali Paesi produttori hanno raggiunto l’intesa per ridurre la produzione mondiale di 1,2 milioni di barili al giorno, alla quale si sono allineati anche i Paesi non OPEC con un ulteriore taglio di 0,6 milioni di barili al giorno. Questo evento ha provocato la risalita del greggio oltre quota 50 $/bbl, consolidando la tendenza al rialzo delle quotazioni dai minimi di inizio anno.

Per quanto riguarda il carbone, i principali eventi che hanno contraddistinto lo scorso anno sono stati strettamente legati agli eventi in Cina dove le misure governative intraprese lo scorso inverno hanno in primo luogo cercato di ridurre la produzione locale e successivamente di incrementarla, con un effetto finale di forte turbolenza sul mercato che ha visto i prezzi raddoppiare dai minimi di febbraio in area 40 $/ton.

Tutti e tre i principali indici di riferimento (API2, API4 e API3) hanno infatti subíto una rapida e costante ascesa dopo la debolezza di inizio anno in concomitanza con i minimi registrati dal petrolio, spinti da un forte incremento dell’import cinese (~+80% rispetto all’anno precedente) dovuto alla contemporanea debolezza della produzione locale.

Il mercato europeo, in costante oversupply, resta meno teso rispetto al bacino Pacifico per effetto di una domanda di carbone proveniente dal settore elettrico particolarmente debole.

L’andamento della domanda di gas in Europa nel corso del 2016 ha registrato una lieve crescita (~+1,0% rispetto all’anno precedente), sebbene ancora ampiamente al di sotto dei livelli pre-crisi, grazie a una ripresa del consumo di gas proveniente dal settore elettrico.

Le temperature particolarmente rigide nel continente europeo hanno fornito ulteriore spinta alla crescita della domanda del settore residenziale. L’offerta ha segnato un incremento (~oltre 1% rispetto all’anno precedente) legato prevalentemente all’aumento dei flussi provenienti dalla Russia, necessari a controbilanciare le manutenzioni allo stoccaggio di Rough, e ai flussi di gas algerino diretto principalmente in Italia. Di conseguenza, il prezzo TTF europeo, dopo essersi attestato in area 12-14 €/MWh nei primi nove mesi dell’anno, ha subíto un forte incremento in concomitanza con l’inizio della stagione invernale portandosi a ridosso dei 20 €/ MWh. L’Italia ha registrato una lieve contrazione dello 0,3% della domanda nel 2016 dopo gli incrementi dovuti al forte utilizzo di impianti di generazione a gas in estate. L’unico settore che ha visto un incremento del consumo di gas è stato il termoelettrico, spinto anche in questo caso dalla maggiore competitività del gas rispetto al carbone.